L’importanza dello sviluppo di un attaccamento sicuro. I reali bisogni del bambino ed il loro soddisfacimento.

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Introduzione

Da genitori siamo abituati a ricevere di continuo consigli non richiesti del tipo: “non tenerlo troppo in braccio o crescerà viziato”, “smettila di allattare se non vuoi un figlio mammone”

o ancora “lascialo piangere, non potete essere sempre al suo servizio”.

Posto il fatto che i genitori (soprattutto chi lo diventa per la prima volta) hanno bisogno di tutt’altro, mi viene da dire: ma questi consigli da dove vengono? Sono elargiti su quali basi?

Possono essere minimamente presi in considerazione? Ma soprattutto, perché sono così diffusi?

Quello che posso fare in questo articolo è proporvi teorie e studi che confermano quanto il contatto fisico e la presenza dell’adulto di riferimento siano importanti per lo sviluppo del bambino.

Vedremo, inoltre, come la nostra disponibilità ad accogliere i bisogni dei più piccoli favorisce l’instaurarsi di una buona relazione e quindi di un attaccamento sicuro.

La relazione che si instaura tra il bambino e la persona che si prenderà cura di lui, ovvero il caregiver, è ritenuta fondamentale per la crescita del piccolo e dei legami che svilupperà nel corso della vita.

Il fine del comportamento di attaccamento è quello di proteggere il più
piccolo dal pericolo e soddisfarne i bisogni, offrendogli l’accudimento necessario per il suo benessere tramite vicinanza e affetto.

Esperimento di F. Harlow: l’importanza dei bisogni emotivi e di rassicurazione del bambino.

Molti psicologi e ricercatori hanno portato avanti studi ed esperimenti nell’ambito dell’attaccamento animale, nel campo dell’attaccamento furono rivoluzionare, ed ancora attuali, le scoperte dello psicologo statunitense H. F. Harlow.

Grazie ai suoi studi sui piccoli di scimmia, dimostrò che i bisogni di sopravvivenza del bambino non si limitano a quelli fisiologici ma piuttosto fanno riferimento a quelli emotivi di rassicurazione e contatto intimo con la madre.

Harlow osserva e descrive il comportamento di esseri autonomi nei movimenti già a 2-10 giorni di vita e con segnali di vicinanza affettiva simili a quelli umani.

L’esperimento consisteva nel proporre al cucciolo di scimmia due madri surrogate, una di metallo e che poteva distribuire latte e l’altra con sembianze scimmiesche più verosimili e ricoperta di tessuto soffice e morbido ma senza possibilità di trarre nutrimento da essa.

Harlow osservò che, come si può notare dall’immagine, il piccolo di scimmia preferiva ricevere calore e affetto aggrappandosi alla madre ricoperta di stoffa.

Le scimmie passavano la maggior parte del tempo attaccate alla madre “di pezza” e si spostavano verso la madre “metallica” solo nel momento in cui avevano necessità di nutrimento, nei momenti di paura o spavento provavano rassicurazione grazie al contatto materno con il manichino più morbido ed accogliente.

Queste scoperte andarono controcorrente rispetto alle credenze portate avanti fino a quel momento, le quali sostenevano che la relazione madre-figlio poteva caratterizzarsi solo dal soddisfacimento di bisogni definiti di “sopravvivenza” come la fame e la sete.

Gli studi di Harlow ci suggeriscono che di mantenere un certo distacco da quei consigli indesiderati che vengono diffusi come metodi educativi utili e veritieri.

Affermazioni come quelle elencate all’inizio dell’articolo non prendono in considerazione i bisogni del bambino le sue reali necessità, ovvero quelle di mantenere vicinanza e contatto con il proprio caregiver, così da potersi sentire sicuri e poter sviluppare al meglio una propria autonomia e indipendenza.

J. Bowlby e la teoria dell’attaccamento

Lo psicanalista inglese J. Bowlby definisce l’attaccamento una “condizione psicologica duratura tra gli esseri umani” sottolineando che un attaccamento precoce con una figura di riferimento scelta sia fondamentale per la sopravvivenza del bambino ed è altrettanto
importante che il legame bambino-caregiver sia caratterizzato da continua vicinanza, calore e appagamento per entrambe le parti.

Vediamo quindi che anche Bowlby ci tranquillizza e ci fa capire che la possibilità di viziare o influenzare negativamente i bambini con il contatto fisico sia da escludere!


All’interno della teoria di J. Bowlby troviamo il concetto di modelli operativi interni (MOI), si tratta di rappresentazioni mentali che per il bambino hanno la funzione di interpretare gli eventi nella relazione con l’altro.

I MOI sono strutture mentali profondamente caratterizzate dalla qualità del rapporto con il caregiver, Bowlby afferma che “dalla struttura di quei modelli dipendono inoltre la sua fiducia che le sue figure di attaccamento siano in genere facilmente disponibili e la sua paura più o meno grande, che non lo siano: di quando in quando, spesso, oppure nella maggior parte dei casi”.

Per Bowlby è importante la distinzione tra “comportamento di attaccamento” ed “attaccamento”, nel primo caso si fa riferimento ad “ogni forma di comportamento che appare in una persona che riesce ad ottenere o a mantenere la vicinanza a un individuo preferito”, sottolineando che sono la separazione e la minaccia di distacco dal caregiver ad attivare tale comportamento.

Nel secondo caso si fa riferimento al tipo di attaccamento sviluppato nella prima infanzia, grazie ad un attaccamento sicuro il bambino potrà trovare una base sicura e vivere un ambiente in cui sentirsi protetto ed accettato, in cui sviluppare la propria autonomia grazie ad un’esplorazione del mondo svolta in tranquillità e sicurezza,

quando ci si riferisce al concetto di comportamento di esplorazione si intende anche lo sviluppo di “abilità individuali e di capacità di integrazione all’interno del gruppo sociale”.

Attaccamento sicuro: cos’è e come svilupparlo.

 

 

Grazie agli studi di Bowlby, e ad altri portati avanti successivamente, è stato possibile distinguere diversi tipi di attaccamento, in questo articolo ci focalizzeremo sull’attaccamento sicuro.

L’attaccamento sicuro caratterizza i bambini che hanno avuto un caregiver responsivo nelle richieste e sensibile nei momenti di disagio.

I bambini con attaccamento sicuro bilanciano il bisogno della presenza della figura di riferimento con la capacità di essere autonomi nell’esplorazione, mostrano rabbia e frustrazione nel momento di separazione ma sollievo e bisogno di contatto nel momento di ricongiungimento.

Un esempio concreto:

Se quando portiamo il nostro bambino al nido o lo lasciamo con la babysitter, al momento del distacco, tende a piangere, non disperiamo! La reazione del piccolo è normale, ma assicuriamoci che il pianto non duri troppo a lungo e aiutiamolo dimostrandogli che lo stiamo lasciando in un posto sicuro con persone di cui ci fidiamo.

Mi è capitato frequentemente che alcuni genitori al momento del distacco fossero poco decisi e si dilungassero con i saluti, ricordiamoci che per poter trasmettere serenità dobbiamo noi, per primi, essere tranquilli.

Molto spesso non è chiaro chi, tra genitore e bambino, stia soffrendo maggiormente il distacco.

Se il senso di abbandono e sofferenza è più presente nel genitore che nel figlio, se non si “lavora” su questo aspetto verrà trasmesso al figlio un forte senso di insicurezza e non sarà in grado di utilizzare il proprio adulto di riferimento come base sicura.

Come sviluppare un attaccamento sicuro?

 

 Essere PREVEDIBILMENTE DISPONIBILI: significa che il bambino deve sapere di poter contare su di noi sia in caso di bisogni fisiologici primari (fame, sete, …) che emotivi.

ACCOGLIERE IL BISOGNO: i capricci non esistono, se il nostro bambino sta piangendo ha bisogno di noi, avviciniamoci e mostriamoci accoglienti.

OSSERVIAMO e ASCOLTIAMO: non sempre è facile interpretare correttamente il bisogno del bambino ma per provarci è importante osservarlo e ascoltare ciò che ha da comunicare.

 Essere EMPATICI: calarsi nei panni dei bambini può aiutarci ad instaurare una relazione basata sul rispetto e a farli sentire capiti ed accolti.

EsserCI con COSTANZA: per costruire un attaccamento sicuro non basta un giorno, una settimana o un mese, è necessario rimanere disponibili al soddisfacimento del bisogno con costanza nel tempo.

Conclusioni: l’informazione ha il potere di spezzare la catena di credenze pericolose.

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